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Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor

Capitolo XXV

Prigionieri di guerra American Style

-- Continua dalla puntata precedente

Gli uomini sarebbero stati rilasciati di venerdì e riaccompagnati domenica sera. Occasionalmente veniva concesso un giorno in più se una festa cadeva di lunedì. Ci vennero assegnati due giovani uomini del nord d’Italia ed erano stati catturati dagli americani in Nord Africa.

Dino e Giorgio erano entrambi nel corpo ingenieristico dell’esercito italiano e stavano continuando il loro lavoro nello stesso campo con le forze americane come parte integrante dello sforzo bellico complessivo. Sia a Giorgio che a Dino mancava la casa e la famiglia, ma più restavano in America e più i loro cuori sembravano amare quel paese dalle opportunità apparentemente illimitate e che offriva ai propri cittadini una libertà inimmaginabile nell’Italia fascista.

Non potevano credere che così tanti loro compatrioti che erano emigrati qui prima della guerra, avessero fatto così tanta fortuna e in così tanti campi. Le storie dei successi erano diverse fra loro, ma avevano tutte qualcosa in comune. Ognuno desiderava raggiungere il successo.

Il governo americano li aiutò in questo invece di ostacolarli ad ogni passo, come molti dei sistemi burocratici in Europa avevano fatto per anni. Alla nostra prima festa in loro onore, Dino e Giorgio non solo impararono a ballare lo swing e riempirono i loro stomaci con un pranzo di cinque portate che fece loro ricordare la propria casa, ma incontrarono anche le loro future mogli. Le figlie di Virgilio ed Emilia Caravacci, Althea e Valeria diventarono infatti due delle molte donne che sposarono ex membri delle unità di servizio italiane.

Questi matrimoni cambiarono ulteriormente il volto del nostro paese e unirono le nuove idee, speranze e sogni che venivano dall’Europa con le opportunità dell’America. Un fine settimana tipico consisteva nell’andare a prendere il membri del servizio italiano che ci erano stati assegnati facendoli uscire dal campo alle sei del venerdì sera. Poi dopo circa un’ora di viaggio verso casa , venivano immediatamente rimpinzati con una cena di cinque portate cucinata con grande cura ed amore da tutti.

Mio padre catturava il pesce e comprava vini speciali per la cena. Maria, mia madre e Dora preparavano i loro piatti preferiti per la festa. Miro aiutava a preparare e si offriva persino di lavare i piatti. Dopo cena però, la promessa di aiuto di mio marito non poteva essere mantenuta perché Giorgio e Dino non permettevano a nessuno di entrare in cucina fino a che non avevano lavato e asciugato loro tutti i piatti, bicchieri ed utensili vari usati per preparare il pasto.

Miro alla fine disse: “Penso che dovremmo proprio invitarli tutti i fine settimana”. E da allora lo facemmo. Due brande furono preparate nelllo studio e ci scusammo per non avere dei letti migliori. Entrambi ci dissero che la nostra ospitalità andava oltre ogni aspettativa e che dopo tutto quello che avevano passato in Africa, le brande erano “manna dal cielo”. Sabato mattina, andammo tutti al mare con diverse altre famiglie che, come noi, facevano da garanti ad altri ex POW.

Come al solito, lasciammo mio padre al molo, ma questa volta Giorgio e Dino chiesero di stare con lui perché entrambi erano degli appassionati pescatori a cui era stato negato il piacere di pescare per più di tre anni. Mio padre disse che accettava volentieri la loro compagnia e che aveva delle altre canne che potevano usare. Sapevo già che papà li avrebbe invitati a pranzo sul molo e avrebbe così potuto avere un pubblico a cui parlare del suo argomento preferito: Le grandi opportunità offerte agli italiani in America.

Quando tornammo a prenderli quel pomeriggio, erano tutti sorridenti e avevano abbastanza pesce persico e branzino per una settimana e con mia sorpresa, sia Dino che Giorgio non vedevano l’ora di continuare la loro conversazione sulle bellezze dell’America con mio padre. Dopo un’altra cena senza fine con alcuni dei nostri amici, iniziarono le danze nel salotto al suono di “Shoo Shoo Baby” delle Andrew Sisters.

Come al solito, le donne che non ballavano scomparivano in cucina e gli uomini che non volevano “Swing and Sway con Sammy Kaye” si sedevano attorno alla tavola da pranzo con il loro immancabile caffé italiano ed il liquore digestivo del dopo cena. La maggior parte fumava sigari toscani un po’ storti, il cui odore lasciava molto a desiderare. Tutti erano coinvolti in appassionate discussioni che spaziavano dalla politica allo sport delle due sponde dell’Atlantico.

In chiesa la mattina successiva, presentammo Dino e Giorgio a Padre Benevento ed essi lo ringraziarono profusamente per aver permesso a loro ed a molti dei loro amici di far parte della comunità per i fine settimana. “Siamo stati informati che sfortunatamente, la stessa ospitalità non è stata offerta in Europa ai POW americani e questo ci dispiace molto, ma ci fa apprezzare ancor di più i vostri sforzi” disse Giorgio, con Dino che esprimeva annuendo il suo consenso.

“Figli miei, l’America è un paese di immigranti e da ciò ha origine la sua empatia verso i nuovi arrivati. Finché continueremo ad accogliere ed assimilare persone che stanno cercando una vita migliore e sono disposte a lavorare duramente per averla, questo paese e tutti i suoi cittadini prospereranno; ma se il sogno di libertà muore, allora inizieranno i grandi problemi che già troviamo nel mondo oggi.”

Padre Benevento ci benedisse tutti e disse che ci saremmo rivisti al picnic, poi rivolse la sua attenzione alle molte altre famiglie che desideravano parlare con lui. Non avevo mai visto due giovani uomini con un volto così felice e sereno come il loro in quel momento sui gradini di Sant’Agnese. Dopo la messa, tutte le famiglie che avevano ospitato gli ex POW ed anche alcune che non l’avevano fatto, si incontrarono per un picnic alla buona nel parco Mac Arthur.

Delle tovaglie furono stese su vari tavolini da campeggio e un’apparentemene interminabile parata di portate, pentole e vassoi diffusero nell’aria un profumo che chiamò tutti a raccolta per non perdere i loro cibi preferiti. C’erano anche vino, birra ed altre bevande in abbondanza. Cominciarono pure una partita di calcio improvvisata e una di touch football e sotto l’ombra dei torreggianti alberi di eucalipto, gli uomini più anziani accomodarono le sedie pieghevoli e i tavolini per la consueta partita a carte.

Bambini di tutte le età correvano e giocavano ed alcuni erano inseguiti dalle madri preoccupate, mentre i genitori di altri erano ben felici di liberarsi dei loro figli, anche se per un breve periodo. In poche parole, fu un momento di gioia ma anche un po’ triste, poiché si sape- va che quel momento di condivisione si sarebbe concluso a mezzanotte e non si sarebbe ripetuto per almeno un’altra settimana.

Si continuò così dal 1944 fino al 1946 quando a tutti i membri dell’unità di servizio italiano fu data la scelta di reimpatriare nel paese d’origine o di stare in America e chiedere la cittadinanza. La scelta era più facile ora che l’Italia era diventata una repubblica democratica. Infatti, le persone che accettavano di diventare cittadini americani non dovevano più rinunciare alla loro cittadinanza italiana. In sostanza, potevano ora godersi il meglio dei due mondi.

Per questa ragione e per molte altre di cui ho già parlato precedentemente, la maggior parte dei POW che conoscevamo, scelsero di rimanere in America e di costruirsi una nuova vita. Dopo essersi assicurati un buon lavoro, facevano in modo di fare immigrare le loro famiglie che si trovavano in Italia e così entro la fine del ventesimo secolo, la comunità italoamericana arrivò ai quattordici milioni e mezzo di persone.

Durante quel periodo, molti immigranti si contraddistinsero come leader in vari settori, facendo così onore a loro stessi, al loro paese d’origine e agli Stati Uniti d’America. La settimana prima che i membri dell’unità di servizio italiana recuperassero la loro libertà e scegliessero il loro futuro, mia madre ricevette un’altra telefonata dal signor Anthony D’Amico. Dopo la cena al Ristorante Perrino su La Brea Boulevard, i miei genitori tornarono a casa entrambi sorridenti.

“Che cosa state combinando voi due adesso?” Chiesi. “L’espressione sui vostri volti, può solo voler dire che siete pronti per un’ altra delle vostre tourné teatrali internazionali.. Ho ragione?” “Beh, diciamo semplicemente che non abbiamo cenato solo con Anthony, ma anche con diversi banchieri che vogliono finanziare una tournée in Spagna della nostra vecchia compagnia teatrale, ma l’offerta è vincolata al fatto che Mimì ritorni sul palcoscenico e reciti di nuovo le opere che la resero famosa durante la sua ultima tournée in Spagna” disse mio padre.

“Ho accettato di farlo. Penso che mi farà un mondo di bene” disse mia madre, senza esitazione. “Ma che cosa ha a che fare il signor D’Amico con tutto questo? Ha forse lasciato il suo lavoro governativo per diventare un impresario? Chiesi.

-- Continua alla prossima puntata

Related websites:

www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)

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