Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo XXIV
I film ad Hollywood: 1948
-- Continua dalla puntata precedente
Non appena entrai nell'uffico del signor Lignes cominciai immediatamente a parlare in uno spagnolo privo di accento. Lo avevo diligentemente perfezionato dopo che mi era stato insegnato dal mio primo amore, Raul De Cordova y Jimenez, molti anni prima durante il nostro viaggio a Cuba. Con mia sorpresa, le parole uscirono con grande facilità ed il signor Lignes mi fermò nel mezzo di una frase.
"Argentina, non dica più nulla. Lei sai recitare e parla come io desidero e persino il suo nome viene dal Sud America. Non posso chiedere di più. La voglio in sala costumi domani alle sei del mattino. Può venire?" "Certamente" dissi cercando di non apparire troppo eccitata. Dopo "Gilda", divenni cono- sciuta negli studi come la perfetta incarnazione dell'attrice sud ame- ricana e fui chiamata per molti ruoli diversi, il primo dei quali fu una piccola parte in "La vita è meravigliosa."
Frank Capra si era già fatto un nome ad Hollywood come celebrato regista di film come "Arriva John Doe" e "Arsenico e vecchi merletti." Ricordo che lo intervistai molti anni dopo che ebbi il privilegio di apparire nel suo classico "La vita è una cosa meravigliosa." Quando venne per la prima volta ad Hollywood nel 1930, Frank fu in grado di convincere i suoi nuovi datori di lavoro che era un eminente regista, ma in realtà non era mai stato dietro una camera da presa, e si era preparato leggendo libri sul cinema e manuali alcuni giorni prima del colloquio agli studi.
All'inizio della sua lunga carriera, diresse quelle che venivano chiamate "commedie leggere" come ad esempio "Accadde una notte" e "L’eterna illusione." Questi film insieme con "É arrivata la felicità," e "Mister Smith va a Washington" e "La vita è meravigliosa" divennero l'essenza dello stile unico di Capra. I fans di Capra lo chiamano il grande propagandista dell'America, per l' eccezionale abilità che mostrò nel creare un ritratto dell'America negli anni trenta.
Mi considero molto onorata e fortunata di aver partecipato al suo ultimo capolavoro "La vita è meravigliosa". Diede a Capra sei nomination per l'Oscar, ma fece fiasco nei botteghini. Tutti noi che lavorammo nel film, non potevamo immaginare che si sarebbe convertito nel classico di oggi, conquistando ogni generazione e ritornando ogni anno in auge come film natalizio. Io continuai ad essere una madre multietnica in una miriade di film. In "Corrida messicana" con Abbott e Costello, interpretai un' india messicana con otto figli.
In "California" con protagonista Ray Miland, mi presero per la parte di una dueña messicana. Una madre italiana con un figlio delinquente fu il mio ruolo in "I bassifondi di San Francisco," con protagonista Humphrey Bogart. Un'altra parte di india messicana in "El Paso" con John Wayne e ancora una volta fui una madre italiana che chiedeva un prestito al banchiere Edward G. Robinson in "Amaro destino".
Fui persino "Sita" una donna indiana in "La tigre del Kumaon" al fianco di Sabù e Wendell Corey. L'avvento della televisione cominciava ad avere un effetto antisociale sull'America. Invece di vivaci conversazioni dopo cena, ora le famiglie e gli amici guardavano lo schermo in silenzio, mentre il mondo veniva portato nelle loro case. Fu il momento cruciale in cui l'arte della conversazione cominciò a perdere importanza, e lo stesso accadde per molti altri momenti di socialità.
Noi riuscimmo comunque a resistere. Comprammo una televisione, ma continuammo anche ad invitare a casa nostra gli amici nei fine settimana e nelle feste. I momenti migliori a casa nostra si ebbero negli anni quaranta quando ospitammo la festa italiana POW. Non preoccupatevi non si trattava di qualcosa di sovversivo. Quegli eventi erano approvati e persino incoraggiati dal Governo americano.
Capitolo XXV
Prigionieri di guerra American style
Il sermone domenicale di Padre Benevento fu diverso da quelli che era solito fare e fu ascoltato dall’intera comunità con molta attenzione. Miro ed io fummo stupiti ed allo stesso tempo contenti per quel che disse, così come lo erano gli altri italoamericani che rappresentavano la maggioranza dei parrocchiani di Sant’Agnese.
Padre Gustavo Bonavento, ci informò del fatto che ci sarebbe stato chiesto di diventare dei veri e propri “buoni samaritani” accogliendo circa venticinque ex soldati italiani, che avevano ripudiato tutti le perversità del Fascismo per abbracciare di nuovo, gli storici e tradizionali valori cristiani della loro madrepatria e che avevano fatto anche dell’America la terra dell’uomo valoroso e libero. Proseguì dandoci delle informazioni sulla storia di questi italiani prigionieri e su come il nostro governo li stava trattando.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, le forze americane in Europa ed Asia avevano catturato quattrocentoventicinquemila prigionieri di guerra (chiamati POW). Trecentosettantottomila erano tedeschi, circa cinquecentocinquantamila giapponesi e quarantunmila italiani. Diversamente dai tedeschi e dai giapponesi, ai POW italiani, subito dopo un processo iniziale, fu concesso di rinunciare al Fascismo per sostenere lo sforzo bellico degli Stati Uniti contro Mussolini e Hitler, ed il privilegio di poter lasciare il loro status di prigionieri di guerra e di unirsi all’esercito americano in unità di servizio italiane.
Quelle unità erano considerate dal governo come una parte integrante dell’esercito. Lavorarono in siti industriali e sullla costa in tutti gli Stati Uniti, a fianco di civili e personale militare americano in lavori attinenti alla guerra, per la restante parte del conflitto. Gli sforzi dell’unità di servizio italiana permisero al nostro governo di rendere disponibili quelle truppe che loro sostituivano.
I soldati americani potevano così infatti essere inviati in posizioni attorno al mondo che sostenevano direttamente lo sforzo bellico. Dopo la guerra, a tutti gli ex prigionieri di guerra italiani nelle unità di servizio, fu data la possibilità di tornare in Italia o di restare in America. Quasi il novanta per cento dei POW italiani entrarono a far parte delle unità di servizio italiane.
Quelli che rifiutarono furono mandati nei campi di massima sicurezza in Texas, Arizona, Wyoming e Hawaii per tutta la durata della guerra. Oltre ad avere un lavoro fisso ed un salario per quello che facevano, agli uomini nelle unità di servizio italiane fu anche data una certa libertà di movimento, che non fu invece concessa ai tedeschi o ai giapponesi. Grazie a questa libertà fu anche possibile un’interazione con le comunità locali dove loro lavoravano.
I membri delle comunità italoamericane delle varie zone si unirono ai loro preti e ai leader civili locali per organizzare cene ed eventi sociali dove potevano incontrarsi. Grazie a questi incontri, molti degli ex POW furono in grado di ritrovare parenti di cui avevano perso da tempo le tracce. Molti italoamericani si poterono riunire con membri delle loro famiglie che avevano lasciato in Italia e ricevere delle notizie sulle città o i paesi dove erano nati.
Comunque, il grado di libertà concesso agli ex POW nei loro nuovi ruoli, variava da città a città negli Stati Uniti. Coloro che risiedevano in California godevano delle leggi più liberali. Infatti, era loro permesso di lasciare i campi durante il fine settimana per partecipare ad attività sociali organizzate dalle chiese locali o da gruppi civici. Le comunità italoamericane dell’area di Los Angeles e di quella circostante, come ho detto in precedenza, non dovettero subire le violente discriminazioni razziali che si verificarono sulla costa orientale e negli Stati Uniti centro occidentali.
Qui, il sentimento anti italiano che si manifestò allo scoppiare della guerra, presto svanì e praticamente scomparve quando Mussolini venne ucciso e l’Italia passò dalla parte degli alleati. Rimase ancora notevole però il razzismo e l’odio esplicito verso i giapponesi e i tedeschi. Come risultato di questo cambiamento di atteggiamento e grazie alla pressione della comunità italoamericana locale, ai membri dell’unità di servizio italiana fu concessa, in tutta la California, una libertà senza precedenti.
Il miglior esempio fu quello degli uomini mandati ad Angel Island, che con i salari dell’unità di servizio italiana poterono affittare una sala a San Francisco e organizzare dei balli ogni settimana per l’intera comunità italoamericana. Localmente, nell’area di Los Angeles, fu permesso agli ex POW di lasciare i loro campi durante i fine settimana, sotto la responsabilità di cittadini americani che facevano da garanti.
La nostra chiesa fu una delle associazioni che fecero parte del programma. Padre Benevento si occupò di organizzare tutto. Ogni famiglia volontaria avrebbe fatto da garante per almeno due membri dell’unità di servizio italiana. Ogni garante si impegnava ad ospitare e nutrire i prigionieri almeno per il fine settimana e ad andare a prenderli e a riportali ai loro campi.
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Related websites:
www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)