Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo I
La contessa e il seminarista
Era il 3 aprile 1883. La contessa Giuseppina di Lorenzo aveva ventisette anni e ancora frequentava un collegio per ragazze normalmente di un’età tra i tredici e i diciott’anni, e non si trattava di un’istituzione mediocre. La scuola Maria Adelaide di Palermo, in Sicilia, era considerata un modello di eccellenza in ogni aspetto. Alle studentesse non si insegnava solo la storia, la matematica e la geografia, ma anche il latino e il greco.
Attraverso un programma rigoroso, il fine principale della scuola era la formazione di perfette signore in preparazione al diciannovesimo secolo. Erano le cinque e mezza del mattino. Giuseppina, come al solito, si era alzata presto e avvolta nelle due pesanti coperte di lana che coprivano il suo letto attraversò la stanza fino al lavandino di ceramica e, ancora tremante, ruppe la patina di ghiaccio che copriva l’acqua. Si spruzzò alcune gocce sul viso e subito si svegliò completamente.
Era il secondo giorno di questo insolito tempo sotto zero, ma presto l’atteso calore dell’amato sole siciliano sarebbe arrivato. Vicino al lavandino, sulla vecchia credenza di legno, c’era una copia della “Gazzetta di Palermo”, il giornale politico più popolare della città. Doveva ricordarsi di restituirlo alla sua cara amica Angelina, che lavorava nella biblioteca della scuola e che viveva a pian terreno con suo padre, Giovanni il giardiniere.
Se lo avesse lasciato nella stanza, le signore delle pulizie lo avrebbero sicuramente portato nell’ufficio del direttore e sia lei che Angelina avrebbero passato grossi guai. Giuseppina aveva appena letto l’articolo di fondo sul suo eroe preferito, Giuseppe Garibaldi, che era purtroppo morto l’anno precedente. Raccontava delle sue imprese per impadronirsi della Sicilia con un esercito di mille uomini in camice rosse, e della consegna dell’isola a re Vittorio Emanuele II come parte del nuovo regno d’Italia. Giuseppina era affascinata dagli eventi storici che, in passato e nel presente, continuavano a far evolvere la sua isola.
Amava tanto le lezioni di storia, quasi quanto il partecipare alle recite del doposcuola. Spesso e in segreto, aveva pensato a come sarebbe stato incontrare il Re, ma poi i suoi piacevoli sogni diurni si concludevano sempre tristemente poiché sapeva che, nonostante fosse di nobile nascita, un tale evento non avrebbe mai potuto verificarsi. Per quale motivo i figli del conte e della contessa Di Lorenzo continuassero a mantenere Giuseppina in una scuola così costosa, era un mistero per molti.
Ma poteva essere spiegato facilmente da chi conosceva la famiglia. La madre di Giuseppina aveva affidato la figlia al direttore del Maria Adelaide, in tenera età, per sottoporla ai loro metodi severi, ma certamente educativi e, specialmente, per proteggerla dai suoi fratelli, che volevano vederla scomparire in un modo o nell’altro. Alla nascita di Giuseppina, il più giovane dei fratelli Di Lorenzo, che aveva quattordici anni, le aveva dato il soprannome di “Intrusa”, perché era nata femmina e sarebbe diventata una delle eredi legittime del considerevole patrimonio di famiglia, che era stato già diviso tra i figli maschi.
Loro sapevano bene che un giorno Giuseppina, quando fosse arrivato il momento di sposarsi, avrebbe avuto bisogno di una ragguardevole dote e il costo eccessivo da sostenere a causa del loro stato sociale, avrebbe notevolmente ridotto le ricchezze da dividere tra i figli maschi.
* * *
Con la morte prematura del padre, che mai aveva perdonato niente a nessuno, specialmente a sua moglie per aver generato una figlia anziché un altro figlio, i tre ragazzi, che assomigliavano al padre fisicamente così come nel carattere, subito fecero in modo di convincere la loro madre a mandare Giuseppina in un collegio. La madre acconsentì soprattutto per evitare ulteriori conflitti tra i suoi figli.
Quando morì, i fratelli decisero che era meglio tenere Giuseppina al Maria Adelaide per poi mandarla in futuro in convento per diventare monaca. Così, a ventisette anni, Giuseppina era la più vecchia e probabilmente la più triste dell’intera scuola. Il solo pensare al convento la faceva piangere. Era mille volte meglio rimanere al Maria Adelaide che essere mandata in qualche orribile convento di clausura, dove la regola del silenzio era assoluta e dove sicuramente non le sarebbe più stato permesso di vivere fino alla morte.
Per ora Giuseppina si sentiva protetta dalle alte mura del Maria Adelaide, anche se la scuola era situata in una delle aree più popolate di Palermo. Le sue spesse mura erano ombreggiate da un bel giardino fiorito, che occupava completamente il terreno tra la scuola e la piccola casetta del giardiniere. Questo era il mondo di Giuseppina, dove si sentiva felice e sicura, almeno qualche volta.
Al lato opposto delle mura, il ritmo rumoroso delle strade di Palermo non sembrava mai fermarsi, con carri trainati da cavalli che riempivano le affollate vie traverse della città, insieme a folle di persone ovunque, che camminavano e parlavano e che a volte riempivano le orecchie di Giuseppina di suoni che erano per lei sia rassicuranti che sgradevoli.
Ma le emozioni positive erano normalmente solo passeggere poiché cominciava a soffermarsi più spesso sul suo futuro e sapeva che prima o poi il suo destino sarebbe stato il convento, le cui mura racchiudevano un’immensa tomba di silenzio che l’aspettava per il resto della sua vita. Per combattere queste emozioni orribili che cominciavano a impadronirsi della sua mente più di frequente, Giuseppina cercava di impegnarsi sempre di più nelle recite scolastiche.
Era lì che si sentiva veramente a suo agio. Le commedie che gli studenti allestivano durante l’anno scolastico erano molto apprezzate e frequentate dalle loro famiglie, che portavano anche numerosi amici. Si faceva pagare un piccolo biglietto d’ingresso ed il ricavato veniva poi dato agli orfanotrofi di Palermo e dei paesi circostanti.
I suoi fratelli, in realtà, pensavano che l’attività della sorella fosse un grande dono per la famiglia Di Lorenzo, perché quando i fratelli si assumevano il compito di distribuire i fondi agli orfanotrofi, la loro considerazione sociale cresceva. I giornali locali elogiavano queste donazioni e i fratelli di Lorenzo, come se tutto fosse dovuto ai loro sforzi. E poiché i fratelli erano contenti di questi eventi, così lo era Giuseppina.
Lei capiva che ciò rendeva meno probabile il suo invio nel temuto convento e raddoppiava i suoi sforzi per allestire altre commedie. Giuseppina sapeva che non sarebbe potuta restare al Maria Adelaide per il resto della sua vita. Sentiva anche, che era solo questione di tempo e poi l’ordine sarebbe venuto per esiliarla dietro le temute ed alte mura per sempre. Le notti le erano nemiche, logoravano il suo sonno e la sua tranquillità, e sognava pensieri da incubo ogni qualvolta riusciva ad addormentarsi o guardava con sguardo fisso fuori dalla finestra per decidere che cosa fare.
* * *
Poi, accadde. Sentì che era giunto il momento di vendicarsi a tutti i costi, andò dal direttore della scuola e annunciò con voce tremula, che quella sera non avrebbe preso parte alla recita scolastica, con la scusa di non sentirsi bene.
Questo avrebbe mostrato ai suoi fratelli una cosetta o due! Il Direttore rimase al principio senza parole, perché era la prima volta in tutti questi anni che Giuseppina rifiutava di esibirsi, cosa che aveva sempre amato fare. Poi ricomponendosi velocemente, il Direttore disse severamente: “Dobbiamo avvisare immediatamente i tuoi fratelli, perché non posso prendermi personalmente questa responsabilità!”
Poi continuò, fissando Giuseppina: “E devo immediatamente trovare un tuo sostituto, poiché tutti i posti della nostra grande sala sono stati venduti.” Giuseppina era risoluta e non avrebbe cambiato il suoi piani, anche se il pensiero di un incontro con i suoi fratelli a causa delle sue azioni, la spaventava immensamente. Il Direttore suonò il campanello sulla sua scrivania e la segretaria della scuola comparve immediatamente sulla porta.
“Manda un messaggio immediatamente al palazzo dei conti Di Lorenzo e informali che la loro sorella, la contessa Giuseppina, non reciterà questa sera, e che abbiamo avuto un’offerta da un coro di seminaristi, che potrebbero, senza grandi difficoltà, sostituire Giuseppina. Questo coro è considerato uno dei migliori di Palermo e il pubblico non resterà deluso.”
La segretaria terminò di scrivere le parole del direttore sul suo blocchetto e guardò Giuseppina, che non sembrava per nulla felice di avvertire i suoi fratelli del suo rifiuto di recitare. Forse avrebbe dovuto pensarci su due o persino tre volte, prima di fare una tale dichiarazione al direttore. Come avrebbero preso i suoi fratelli un tale annuncio?
-- Continua alla prossima puntata