Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo XV
Henry Miller scopre Mimi
-- Continua dalla puntata precedente
Non che lei sia italiana, non che l’opera rappresentata sia una tragedia immortale, solo il suo nome: MIMI AGUGLIA. Nonostante continui costantemente ad andare avanti, e poi per vie traverse, nonostante continui a fuggire tra le nuvole come una luna a tre quarti, il suo nome mi farà indietreggiare puntualmente alle due e un quarto del pomeriggio. Dal reame celestiale, scivolo in un buon posto in terza fila.
Sto per essere testimone della più grande performance a cui probabilmente assisterò mai ed in una lingua di cui non comprendo una parola. Il teatro è stracolmo e di italiani solamente. Un silenzio impressionante precede l’apertura del sipario.
Il palcoscenico è quasi buio. Per un intero minuto non viene detta una parola. Poi, si sente una voce, la voce di Mimi Aguglia. Solo pochi istanti prima, la mia mente era in fermento al pensiero di come tutto fosse immobile, il grande sciame era raccolto in un alveare alla base del mio teschio.
Neppure un ronzio esce dall’alveare. I miei sensi affinati, come una punta di diamante, sono completamente concentrati sulla strana creatura dalla voce oracolare. Anche se lei parlasse una lingua che conosco, dubito che potrei seguirla. É il suono che lei produce, l’immensa gamma di suoni, che mi incanta. La sua gola è come un’antica lira. Così tanto, tanto antica. Ha il suono di quella dell’ uomo prima che mangiasse dell’albero della conoscenza.
I suoi gesti e movimenti sono meri accompagnamenti alla sua voce. I suoi lineamenti, monolitici a riposo, esprimono le più sottili modulazioni con i suoi incessanti cambiamenti di stato d’animo. Quando getta indietro la sua testa, la musica oracolare dalla sua gola gioca sui suoi lineamenti come il lampo gioca su un letto di mica. Sembra esprimere con agio emozioni che noi possiamo solo simulare nei sogni. Tutto è primordiale, fulgido, annichilente.
Un momento fa era seduta su una sedia. Ora non è più una sedia, è diventata una cosa. Ovunque lei si muova, qualunque cosa tocchi, tutto viene modificato. Ora, si trova davanti a un lungo specchio, apparente- mente per catturare quel che vi è riflesso. Illusione! Lei si trova davanti ad un vuoto in questo cosmo, rispondendo allo sbadiglio del Titano con un grido inumano.
Il suo cuore, sospeso in una fenditura di ghiaccio, d’improvviso brilla finché il suo intero essere emette fiamme di rubino e zaffiro. Un altro istante e la testa monolitica diventa di giada. Il serpente che si confronta con il caos. Il marmo ritorna con orrore al vuoto. Il nulla. Cammina avanti e indietro, avanti e indietro e nella sua scia un bagliore fosforescente.
La stessa atmosfera si ispessisce, impregnata dall’incombente orrore. Si sta svelando ora, ma come in un olio tiepido, come ancora annebbiata dai fumi dell’altare sacrificale. Una frase viene farfugliata dalle sue labbra torturate, una frase strangolata, che fa gemere l’uomo accanto a me. Del sangue stilla da una vena scoppiata sulla tempia. Pietrificato sono incapace di emettere un suono, benché stia urlando in cima ai miei polmoni. Non è più teatro.
É l’incubo. Il muro si chiude, contorcendosi come il temuto labirinto. Il Minotauro si respira addosso con fiato caldo e cattivo. Proprio in quel momento, e come se un migliaio di candelieri si fossero infranti insieme, la sua folle, diabolica risata lacera l’orecchio. Lei non è più riconoscibile. Si può solo vedere un rudere umano, un groviglio di braccia ed arti, una massa di capelli intrecciati, una bocca insanguinata e questa, questa cosa brancola, vacilla, si avvinghia ciecamente, all’improvviso, verso le quinte.
L’isteria dilaga tra il pubblico. Gli uomini con la mandibola serrata pendono flaccidi nei loro posti. Le donne urlano, svengono o si strappano i capelli convulsivamente. L’intero auditorium è diventato come il fondo del mare ed un pandemonio che lotta come un gorilla impazzito per rimuovere la pietra di pesante liquido di terrore. Gli usceri gesticolano come burattini, le loro grida soffocate nello stridente urlo che gradualmente si gonfia come un tifone.
E tutto ciò nella completa oscurità, perché qualcosa è andato storto con le luci. Infine, dal golfo mistico giunge il suono della musica, uno strombettio ed una raffica, che incontra un ruggito arrabbiato di protesta. La musica svanisce come azzittita da un martello. Il sipario si apre di nuovo lentamente per rivelare un palco ancora nell’oscurità.
All’improvviso, lei esce dalle quinte, con un cero acceso in mano, inchinandosi inchinadosi, inchinandosi. É muta, assolutamente muta. Dai palchi, dalle balconate, dallo stesso golfo mistico, dei fiori piovono sul palco. Lei è in piedi nel mare di fiori, il cero arde intensamente. D’improvviso, il teatro è inondato dalla luce.
La folla sta urlando il suo nome MIMI....MIMI....MIMI AGUGLIA. Nel mezzo del frastuono, con calma spegne il cero e torna velocemente dietro le quinte”. Estratto da “Plexus, the Rosy Crucifixion” di Henry Miller.
Capitolo XVI
Scene d’amore per Marconi
Quando il contratto con gli studi Fox terminò, nell’autunno del 1936, mia madre e mio padre decisero di lasciare Hollywood per la California Settentrionale per recitare in una serie di spettacoli per la grande comunità italoamericana che risiedeva nell’area della Baia di San Francisco e attorno ad essa. Molti degli attori che li avevano accompagnati nel Centro e Sud America e che erano apparsi anche nei film con la Fox, decisero di trasferirsi a San Francisco per unirsi alla compagnia teatrale di mio padre.
Tra quegli attori c’era Oreste Seragnoli, già considerato una sorta di mito tra suoi colleghi per “l’affare Pancho Villa”, come tutti ormai chiamavano la sentenza di morte revocata dal famigerato generale messicano. Anche Primo Brunetti fu tra coloro che si unirono con entusiasmo alla compagnia, ed io fui molto felice di vedere che anche suo figlio Miro faceva parte del gruppo di attori radunati.
Il nostro primo lavoro fu “Casa di Bambole” di Ibsen, uno dei preferiti di mia madre. Era un classico che aveva recitato in italiano molte volte attorno al mondo, e tuttavia attirava sempre un folto pubblico e riceveva recensioni entusiastiche da parte dei critici. Mentre provavamo, mio padre si accertò che i cartelloni fossero affissi nei luoghi chiave della “Little Italy “ di San Francisco e che venissero pubblicati continuamente degli articoli sul giornale italiano “L’Italia”, assicurandosi così che nessuno perdesse la rappresentazione per scarsa pubblicità.
Fu scelta la Sala Fugazzi per la nostra prima serie di spettacoli. Si trovava al centro di North Beach, dove risiedeva la maggior parte della popolazione italoamericana. La Fugazzi era una struttura piccola e subito cominciammo a guardarci attorno per trovare un teatro più grande dato che il nostro pubblico continuava a crescere.
Alloggiavamo all’Hotel Tre Re su Sutter Avenue a North Beach, ad un paio di isolati dalla sala. In poche settimane, mio padre riuscì ad ottenere il grande Teatro Milano, anch’esso nelle vicinanze. Soleva essere il vecchio teatro dell’opera ed era adesso un cinema per sei giorni alla settimana.
Di domenica era libero e la direzione fu molto felice di potercelo affittare per le nostre performance. Dopo vari mesi di successi, mia madre ricevette una chiamata in hotel proveniente dall’Ufficio Generale del Consolato italiano della città. Sembrava che il Professor Guglielmo Marconi, diretto in Giappone, sarebbe passato per San Francisco il mese seguente.
Aveva letto sul giornale che Mimi Aguglia si stava esibendo nella zona della Baia. Marconi aveva chiesto al Console Generale di comunicare il seguente messaggio a mia madre per suo conto: Cara Madame Aguglia, non so se si ricorda quando molti anni fa la vidi in “La Cena delle Beffe” a Londra.” Promisi che sarei tornato a rivederla qualora le nostre strade si fossero incrociate di nuovo. Sfortunatamente, ci sono voluti più di trent’anni perché questo potesse accadere, ma alla fine, sarà possibile.
“Mi piacerebbe vederla reci- tare di nuovo in “ La Cena delle Beffe”. Mia moglie ed io saremo a San Francisco solo per due giorni il ventisette e il ventotto novembre. Distinti saluti, Guglielmo Marconi Mia madre lesse il telegramma a mio padre, che dichiarò con orgoglio: “Abbiamo tempo per allestire “La Cena delle Beffe”.
L’unico problema é che siccome l’opera si svolge in nord Italia durante il dodicesimo secolo, non abbiamo della mobilia che rifletta quel periodo.” “Io conosco proprio il posto giusto dove comprare i mobili e poi so anche di una persona che li ricomprerà da noi quando non ci serviranno più” disse mia madre. Finimmo con l’acquistare i mobili che ci servivano per duecento dollari da un Night Club di North Beach che stava rinnovando il suo arredamento.
Dopo aver terminato gli spettacoli, vendemmo tutti i pezzi ad uno dei proprietari del giornale italiano locale per più di cinquecento dollari. Un altro problema che incontrammo nell’ allestire quello spettacolo per Marconi, si presentò quando mia madre chiese a mio padre: “Dato che io reciterò il ruolo principale maschile in “La Cena delle Beffe”, chi interpreterà il ruolo principale femminile?”
-- Continua alla prossima puntata
Related websites:
www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)