Romanzo autobiografico di ARGENTINA BRUNETTI
Traduzione di Antonella Bokor
Capitolo XIV
Sotto contratto con la MGM: 1929
-- Continua dalla puntata precedente
Il mattino seguente, presi il treno delle sei da Manhattan a Long Island e arrivai ai cancelli degli studi prima che aprissero. Naturalmente non mi aspettato di essere l’unica a fare domanda. Seduti nella sala d’aspetto c’erano circa venticinque persone, alcune delle quali avevo conosciuto al teatro ed altre completamente sconosciute.
Il produttore incaricato ci fece entrare in un’adiacente e poco illuminato studio del suono che aveva pareti imbottite, microfoni e altre apparecchiature audio sparse ovunque. Eravamo tutti seduti in una lunga fila di sedie e venivamo chiamati a turno per l’audizione. Quando ogni persona cominciava l’audizione, gli veniva dato un foglio di carta con le frasi che Jeanette MacDonald pronunciava durante una scena del film “The love parade”.
Le parole originali erano state tradotte in italiano. Poi, ci venne data una cuffia da mettere sulle orecchie. Era regolata in modo che noi potessimo sentire le parole pronunciate da Jeanette MacDonald. Mentre ascoltavamo la sua voce, ci veniva chiesto di parlare cotemporaneamente in italiano e di completare ogni frase come lei faceva in inglese, così che sembrasse che stesse parlando in italiano quando il doppiaggio fosse stato unito alle scene del film e proiettato sullo schermo.
Mentre ognuno di noi faceva il proprio doppiaggio, il produttore era seduto dietro ad una scrivania nel suo ufficio, guardava il film ed ascoltava la prova di ciascun partecipante per vedere, se e quanto, ricordavano la voce originale di Jeannette MacDonald. Un attore di New York, Primo Brunetti, che era italiano, era anche lui seduto nell’ufficio a giudicare la nostra conoscenza della lingua.
Durante tutte le prove, il regista Ernst Lubitsch, era nella sala di registrazione ad osservarci mentre recitavamo e per decidere se la nostra voce assomigliasse a quella di Jeanette MacDonald. Dopo aver finito le nostre audizioni, ci sedemmo nella sala d’aspetto per più di un’ora finché non arrivò il produttore e disse: “Argentina Ferrau’, per favore venga con me. Inutile dire che ero la sola persona felice nella stanza. Ero molto nervosa e tremavo visibilmente, mentre seguivo il produttore nel suo ufficio.
“Prego si sieda, signorina Ferrau’, e guardi lo schermo sulla mia scrivania” disse il produttore in piedi accanto al piccolo schermo di proiezione mostrando Janette MacDonald che parlava italiano. “Quella è la sua voce, signorina ed è la migliore tra tutte quelle che abbiamo ascoltato oggi. Il signor Lubitsch e il signor Brunetti sono completamente d’accordo con me nel dire che lei è la persona che stiamo cercando” concluse il produttore, mentre stringeva la mia mano vigorosamente.
“Non posso crederci!” esclamai con voce esitante. “Ritorni il prossimo lunedì alle dieci del mattino. Cominceremo con la firma del contratto e poi ci metteremo al lavoro. Questo sempre se lei è d’accordo. La paga è di venti dollari per ogni giorno lavorativo, concluse il produttore. “Oh, grazie, grazie!” dissi mentre davo la mano a tutti quellli che erano nell’ufficio, senza preoccuparmi di sapere o chiedere chi fos- sero. Quando arrivai a casa, diedi subito ai miei genitori la grande notizia. Erano molto sorpresi e felici per me. Raccontai a tutti quelli che conoscevo del mio nuovo lavoro, ne ero così fiera.
Da lunedì sarei stata sotto contratto con uno dei maggiori studi cinematografici! Lunedì arrivai mezz’ora prima allo studio. Alle dieci e trenta del mattino ero già sotto contratto e al lavoro in sala di registrazione. Davanti a me c’era un grande schermo cinematografico e ogni scena, in cui dovevo recitare, veniva mostrata e rimostrata ed io dovevo ripetere le battute, finché il regista, il signor Lubitsch, non si dichiarava soddisfatto.
L’intero processo di sincronizzazione richiese soltanto due giorni e alla fine del secondo giorno, il signor Lubitsch si congratulò con me per il mio buon lavoro e si meravigliò del fatto che non dovetti ripetere nessuna delle scene una seconda volta. Disse che ero un’attrice nata. Mentre stavo lasciando lo studio, entrò Primo Brunetti con un giovane uomo, che non conoscevo.
Primo appena mi vide disse: “Argentina, congratulazioni, ho saputo che ha ottenuto il lavoro e che si è comportata molto bene. Oh, questo è mio figlio Vladimiro, anche lui lavorerà qui oggi. Strinsi la mano ad entrambi e dissi: “Il lavoro di sincronizzazione mi è veramente piaciuto, ma si è concluso troppo presto e mi spia- ce che sia finito.” Vladimiro mi guardò e disse ridacchiando: “Non si preoccupi, sono sicuro che ci sarà presto dell’altro lavoro per lei.”
“Ora, dobbiamo affrettarci per andare ad una riunione. É stato un piacere incontrarla di nuovo Argentina. Per favore, saluti sua madre e suo padre da parte mia” disse Primo. “Piacere d’averla conosciuta, Argentina” disse Vladimiro, prima che entrambi se ne andassero. “Che giovane bello e affascinante” pensai tra me, “Mi domando perché abbia un nome russo.”
Quando arrivai a casa, i miei genitori non c’erano. C’era un appunto per me che diceva che avrebbero fatto tardi, perché avevano un appuntamento con il signor Fox per discutere dei loro progetti futuri. Quando tornarono a casa, mia madre mi chiese subito come fosse andato il lavoro. Le raccontai tutto nei minimi particolari e dissi che mi era piaciuto molto e che non vedevo l’ora di essere richiamata di nuovo per altri doppiaggi. Poi, chiesi del loro incontro con il signor Fox.
“Abbiamo delle buone notizie da darti. Alla fine, è stato deciso che inizierò una carriera nel cinema, ma prima dobbiamo andare in centro e sud America per una tournée di dodici mesi per assicurarci, prima di girare dei film, che tutti mi ricordino ancora. Il signor Fox ha accettato che lo studio finanziasse l’intera tournée ed anche il nostro successivo trasferi- mento a Hollywood” spiegò mia madre, che certamente sembrava compiaciuta.
“Naturalmente Argentina, puoi venire con noi come parte della compagnia” disse mio padre. All’improvviso, mi sentii triste perché mi resi conto che saremmo rimasti separati per lungo tempo dato che, questa volta, io non potevo decisamente seguirli, perché desideravo veramente e prima di tutto, continuare la mia carriera a New York. “Certamente apprezzo la vostra idea di volermi con voi nella tournée, ma ora, qui a New York, ho iniziato la mia carriera e vorrei continuarla” dissi loro.
“Ma con chi starai qui e chi si prenderà cura di te quando saremo partiti?” Chiese mia madre, rimasta sorpresa dalla mia reazione alla loro proposta. “Ho quasi ventidue anni e posso aver cura di me stessa, ma non ti preoccupare, potrei andare a vivere con zia Teresa a Brooklyn e lei si occuperà di me mentre siete via.” Risposi un po’ irritata.
“Beh, dovremo pensarci su seriamente” disse mio padre, guardando mia madre, che non disse una parola. Il giorno seguente, mio padre cominciò ad organizzare la compagnia teatrale per la loro nuova tournée. Come aveva immaginato, non ebbe difficoltà a reclutare chi voleva, perché le possibilità di lavoro in tutto il paese erano poche a causa della peggiorata situazione economica.
Quando dissi a mio padre che l’attore italiano che mi aveva raccomandato per il lavoro di sincronizzazione agli Studi Columbia era Primo Brunetti, lui disse: “Lo conosco, ha già lavorato per me ed è la persona giusta per la tourné della nostra compagnia.” Quando mio padre chiamò il signor Brunetti, gli disse: “Non le sto offrendo questo lavoro perché lei ha svolto un ruolo importante che ha permesso che mia figlia fosse assunta alla Columbia, ma prima di tutto perché lei è un attore eccellente ed una persona su cui si può sempre contare. Di questi tempi è difficile trovare persone così.”
Primo Brunetti rispose: “Prima di tutto accetto la sua cortese offerta con grande entusiasmo, e in secondo luogo, le posso dire che sua figlia avrebbe comunque ottenuto il lavoro indipendentemente da chi controllava il suo italiano. Il regista, il produttore ed io siamo arrivati alla decisione comune che Argentina era di gran lunga la più qualificata tra tutti i partecipanti. Lei è una vera attrice e dovrebbe perseguire quella carriera..”
Tre settimane dopo, stavo salutando i miei genitori alla stazione ‘Grand Central’ di New York. All’inizio mio padre era fermo nella decisione che io dovessi andare con loro, ma poi mia madre alla fine lo convinse che ero ormai una giovane signora e che avrei dovuto essere libera di inseguire i miei sogni. Dovette semplicemnte ricordargli quello che loro avevano fatto quando erano persino più giovani di me, e di come mio padre si fosse alla fine arreso.
Andai a vivere allora con mia zia Teresa, suo marito Gustavo ed i loro bambini in una grande casa a due piani di mattoni marroni a Brooklyn. Ogni giorno andavo alla vicina biblioteca e leggevo i giornali di categoria di Hollywood per cercare delle offerte di lavoro, dato che, anche gli Studi Columbia, stavano per seguire l’esempio delle altre case cinematografiche e si spostavano a Hollywood.
Sotto la nostra casa c’era una macelleria dove solevo andare con zia Teresa ogni settimana. Il proprietario, il signor Larry Gentry, era sempre molto gentile con me e, a volte, troppo gentile.
-- Continua alla prossima puntata
Related websites:
www.argentinabrunetti.com (The weekly "Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine”)
www.argentinabrunetti.com/it (An Italian language version of Argentina Brunetti’s Hollywood Time Machine, with particular emphasis on the Italian film industry)
www.insiciliancompany.com (A synopsis of the book in English and where to buy it plus a bio of Argy & press release)
www.incompagniasiciliana.com (The above web site translated into Italian)