IL
MOMENTO ECONOMICO IN ITALIA
Francamente,
pur con tutta la buona volontà, quando giorni fa ho letto le
dichiarazioni di Prodi su quello che, secondo lui, sarebbe già
un risultato positivo dei primi mesi del suo governo, mi è venuto
da sorridere: per niente sorpreso, conoscendo ormai da tempo gli atteggiamenti
del nostro premier, giunti all’abilità assai conosciuta
degli uomini di sinistra in genere e dagli ex-democristiani in particolare,
che li porta alle affermazioni più assurde ed improbabili.
Come
pure non mi hanno sorpreso più di tanto l’improvvisa sparizione,
a campagna elettorale conclusa, delle precedenti martellanti affermazioni
dell’opposizione di prima sull’italiano medio che "non
arriva alla fine del mese": non si sente più dire, pur sapendo
tutti perfettamente che dal marzo 2006 al dopo elezioni non sono aumentati
i salari, ma, anzi sono aumentati i costi fissi di alcune utenze necessarie
al sostentamento quotidiano del cittadino!
Ma
credo sia meglio lasciare perdere le polemiche, e soffermarsi su riflessioni
serene e logiche, che dovrebbero essere proprie, anche in politica,
di chi vuole bene al proprio Paese, indipendentemente dal colore dei
governi che lo guidano.
Infatti,
le recenti buone, anzi ottime notizie sull’aumento delle entrate
dello Stato, che verosimilmente permetterebbero almeno un ammorbidimento
dei gravami imposti dalla finanziaria in pectore, sono state rivendicate
dal Professore e dalla sua compagnia di governo come un primo eclatante
risultato, frutto (dicono) del clima di fiducia che gli italiani ora
mostrano nei confronti di un equipe che ancora non ha deciso proprio
nulla e, quel poco che aveva deciso, se lo è velocemente rimangiato
a causa degli aut aut impostigli dalle categorie interessate e colpite
dai cosiddetti provvedimenti miranti al rilancio della competività
ed alla compressione dei costi.
Sì, perché credo che persino uno studente ai primi anni
di ragioneria sa benissimo che qualsiasi variazione di postulati economici
produce i suoi effetti a distanza sensibile di tempo, non solo dopo
qualche settimana o qualche mese, ma solo qualche volta dopo parecchi
mesi e quasi sempre dopo almeno un anno.
Gli
effetti positivi sulle entrate dello Stato non sono invece forse il
risultato di un’economia italiana, europea e mondiale che, sin
dalla fine dello scorso anno e più segnatamente dall’inizio
del 2006 ha dato segni evidenti di netta ripresa, convalidati da un
aumento della produzione complessiva e da un sia pur lieve incremento
delle nostre esportazioni; tutto ciò nonostante il rilevantissimo
aumento della bolletta energetica ed i riflessi negativi in economia
dell’instabilità mediorientale.
Ma,
nonostante tutto, vorrei abbandonarmi ad un certo ottimismo: ebbene
sì, nonostante i venti che sembrano portare il governo in carica
a spendere mesi, se non anni di legislatura a cercare di cancellare
molte delle leggi chiave fatte dal precedente governo, rovesciandole
o cambiandone sostanzialmente spirito ed effetti, spesso per accontentare
questo o quel piccolo partito dei tanti che compongono la compagine
governativa attuale.
Infatti,
ci sono alcuni segnali, pare via via più frequenti, di inizi
di dialogo che sono iniziati in queste ultime settimane da visuali se
non comuni, certamente non distanti, in tema di politica estera.
Preoccupa
certo un po’ l’atteggiamento del ministro dell’Economia,
uomo di indubbio prestigio, che, almeno a livello di dialettica, sembra
non sopportare critica alcuna, anche se viene da Fogli (Il Corriere)
che sono da tempo esplicitamente schierati a favore del governo intero.
Preoccupa
anche un po’ la politica economica dell’Unione Europea che
sembra sempre meno capace di equilibrare le singole economie nazionali:
compito certamente assai difficile e complicato, ma non facilitato dall’ansia
che l’Unione sembra avere costantemente di copiare opinioni ed
orientamenti del binomio Germania-Francia.
Certamente
noi siamo l’economia più debole (da sempre), ma sembra
anche che abbiamo perso anche quel peso che sembravamo avere, almeno
in parte, conquistato, appiattendoci sulle decisioni franco-tedesche,
le cui economie, così diverse dalla nostra altrimenti strutturata
ed articolata, si fondano su presupposti molto diversi e tendono, per
loro natura e per potenzialità industriale, a sovrastare e condizionare
quelle dei Paesi più deboli ed esposti, come l’Italia,
dove ancora oggi siamo appesantiti dalle ripercussioni della moneta
comune europea, il cui tasso di cambio con la lira è stato sciaguratamente
fissato in una misura assai penalizzante e non rispondente ai rispettivi
valori.
Quanto
sopra non negando certamente una certa inerzia nei controlli del caso
e nell’impedire la bolla speculativa che ne è seguita:
ricordiamoci però che nell’economia liberale di un Paese
democratico i controlli, sia preventivi, che contestuali o successivi,
avrebbero richiesto un dispiegamento di forze probabilmente insopportabile
e che, quasi certamente, avrebbe avuto conseguenze nefaste sui cambi,
dando luogo ad un vero e proprio mercato nero e, in certi generi alimentari
di prima necessità, ad accaparramenti e speculazioni di vario
segno e gravità.
D’altronde,
se pure più lievi, conseguenze dello stesso segno si sono verificate
negli altri Paesi europei che hanno introdotto l’euro, pur sapendo
che, in casi come questo, "il mal comune" non significa affatto
alcun "mezzo gaudio".
Domenico
Pisano