CGIE
SÌ, CGIE NO
Da
qualche giorno leggo vari interventi che dissertano sull’esistenza
del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero e, in tono minore,
sull’utilità dei Comites.
Sin
da tempi non sospetti, ossia prima dell’elezione dei parlamentari
residenti all’estero, avevo espresso il mio parere negativo sul
CGIE, avendone anche constatato di persona il suo modus operandi quando
un paio di anni fa sono stato invitato, quale esperto di emigrazione
italiana negli Stati Uniti, ad un convegno in Sidney, Australia.
Esiste
certamente alle origini un peccato originale che, a mio avviso, si identifica
in una mancanza di qualsiasi potere, visto che le sue decisioni ed i
suoi pareri, ove affettino funzionamenti di qualsiasi tipo delle comunità
italiane all’estero, sono esclusivamente consultivi e non vincolanti.
Ove
poi si rapporti il lavoro svolto dal CGIE agli elevati costi relativi
al suo funzionamento, dove una voce importante è rappresentata
dalle riunioni generali e d’area svolte nei quattro angoli del
mondo (vedi trasporti aerei e soggiorni dei suoi componenti) e dal Consiglio
di Presidenza, non si può non rilevare una sproporzione fra detti
costi ed utilità effettiva dell’Ente in oggetto.
Se
si vuole poi scendere nelle modalità di discussione e di funzionamento
pratico dei dibattiti svolti, le relazioni d’archivio stanno a
dimostrare l’estrema personalizzazione della maggiore parte dei
suoi componenti, che, mi sembra, mirano essenzialmente ad una dimostrazione
di protagonismo, condita da uno spirito polemico degno di miglior causa.
A
che cosa poi serva oggi un’istituzione del genere, avuta l’esistenza
dei parlamentari eletti nella circoscrizione estero, che molto meglio,
a mio avviso, possono rappresentare problemi e necessità delle
nostre comunità all’estero, non mi è dato di comprendere.
Tanto
più che i Comites esistenti, maggiormente degni di credibilità
per la loro presenza sul territorio, costituiscono veramente il giusto
e degno supporto dell’attività dei parlamentari eletti
nell’area di competenza, mentre il CGIE, mi pare, per sua stessa
natura istituzionale, rimane assai lontano dalle problematiche effettive.
Con
un vantaggio innegabile, costituito dal fatto che le ingenti risorse
destinate al CGIE, una volta abolito, possano invece essere destinate
al funzionamento dei Comites che, attualmente, non riescono a funzionare
per mancanza di fondi adeguati o, se funzionano, lo fanno con sacrificio
personale ed economico dei presidenti di turno e/o dei relativi consigli
direttivi.
Domenico
Pisano