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Quale futuro per il tennis italiano?

Abbiamo tutti ancora negli occhi la strepitosa vittoria della nostra "leonessa" Francesca Schiavone al Rolland Garros dello scorso anno: un bacio alla terra rossa, un'impresa, un trionfo eclatante quanto inatteso. L'unica tennista italiana ad aver vinto nella storia un torneo del Grande Slam, l'unica in grado di scaldare e attrarre le simpatie del pubblico francese, storicamente più che tiepido nei nostri confronti.

È entrata di diritto nel gotha nostrano della racchetta insieme ai mostri sacri Pietrangeli e Panatta, anche loro trionfatori sulla superficie parigina tra gli anni '60 e '70. Ma come sta davvero oggi il tennis italiano? Parlano i numeri della classifica mondiale: i primi che incontriamo sono Fognini e Seppi, rispettivamente numero 38 e 39, poi Starace (51) e Volandri (86). Le prime cento posizioni sono già volate via. Le donne? Appena meglio, ma se togliamo la già citata Francesca, l'altalenante Pennetta e le volenterose ma troppo timide Errani e Vinci la musica non cambia.

L'emblema della disfatta? L'ultimo Wimbledon: nessun italiano alla seconda settimana, che significa passaggio agli ottavi di finale. Lo scorso anno? Same story. Una vera e propria emorragia di risultati: il paziente è quasi in coma e le cure non bastano, o non se ne trovano proprio. C'è la triste consapevolezza che allo stato attuale le cose non potranno certo migliorare: quando un italiano appassionato di tennis (come chi scrive) guarda un torneo alla televisione lo fa per amore di questo sport, non certo con la speranza di vedere il tricolore sventolare sul podio più alto il giorno della finale. Non se ne parla. Allora si è costretti a cedere al fascino straniero di "Sua Maestà" Roger Federer, del "Diablo" Rafael Nadal (cit. Gianni Clerici) o di Novak Djokovic, novello numero uno e dominatore (quasi) incontrastato della stagione in corso. Le domande da troppo tempo sono sempre le stesse: quali sono le cause di tutto ciò? Di chi è la colpa? Si parla dai primi anni '90 di infrastrutture obsolete, di allenatori poco preparati, di scarso appeal mediatico, in generale di passione sbiadita per questo sport.

È una giostra che gira e si è smarrita la manovella. Una cosa è certa: ai vertici della Federtennis non sanno che pesci pigliare, basti considerare la disastrosa gestione della squadra di Davis tra esclusioni, squalifiche e ripicche. Spettacolo grottesco, quasi surreale. Ma anche fra i giocatori azzurri non tutti hanno la coscienza pulita: privi di umiltà e spirito di sacrificio, si accontentano di essere i migliori nei propri confini sentendosi appagati nel diventare (e ci vuole poco) i reucci di casa nostra.

Troppo difficile dare una sbirciatina ai colleghi spagnoli? Solo per vedere come lavorano, per carità, nessun tentativo utopistico di emulazione. Meno male che a farci compagnia nelle disgrazie abbiamo un compagno d'onore: gli Stati Uniti. Lontana anni luce la poesia della ditta Sampras & Agassi: la leggenda delle sorellone Williams è ai titoli di coda (cosa pensavano, che fossero eterne?), Mister Andy Roddick resiste quasi solo grazie al servizio di fuoco, il talentuoso Fish ha avuto in carriera più problemi fisici di Ronaldo, gli spilungoni Isner e Querrey hanno qualche colpo ma poche gambe (nel senso di movimenti naturalmente). A proposito di Roddick: davvero poco galante la sua uscita ("La crisi del tennis Usa? Non è peggio della crisi dei giocatori italiani...") gentilmente offerta, tra l'altro, in occasione degli ultimi Internazionali d'Italia.

Davvero poco galante, soprattutto conoscendo il personaggio solitamente simpatico e sportivo (considerando anche che a Roma quest'anno lo hanno fatto fuori al primo turno…). Comunque, torniamo a noi. A guardare bene, un discreto movimento attualmente non manca, sia a livello di base che professionistico: gli italiani sono molto competitivi a livello junior (settore affidato al mitico Renzo Furlan, che lavora benissimo nel centro tecnico di Tirrenia) e ci sono ottimi elementi nella fascia di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Manca solo (mica tanto) la punta di diamante che faccia girare il tutto, che rinnovi l'entusiasmo e rilanci finalmente l'ambiente, un po' come Alberto Tomba fece nello sci.

Se, con tutto il rispetto, Cipro riesce attualmente a piazzare Baghdatis (già numero 8 e finalista agli Australian Open nel 2006) al venticinquesimo posto della classifica mondiale, se la Lettonia sforna talenti assoluti come Gulbis, se addirittura il Lussemburgo prende un giovanotto dei suoi (Müller) e lo coltiva come si deve fino a mandarlo ai quarti di finale agli US Open nel 2008, avremo prima o poi anche noi italiani il diritto di conservare una speranza? Il paziente, per ora, resta in attesa.

Marco Di Carlo

 

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